Di Tyler D.
Preludio alla serie e Parte I — Un popolo che (forse) esiste già
Ecco ritrovati per un secondo appuntamento. Anche stavolta parto con una premessa: quello che leggerete è il tentativo di un dilettante di mettere ordine in una questione su cui si sono rotti la testa fior di studiosi. Non ho verità in tasca, mi piace ragionare e riflettere. Questa volta però la posta è più alta del solito, perché affronto l'obiezione che sento muovere più spesso, quasi sempre con un sorriso di sufficienza, a chi propone l'unità politica dell'Europa: «è impossibile, non esiste un popolo europeo». Si tratta dell'argomento-tomba per eccellenza, quello che dovrebbe chiudere il discorso prima ancora di aprirlo. Ho deciso di prenderlo sul serio, perché merita rispetto, e di dedicargli non un articolo ma tre, con questo preludio comune a farne da chiave di volta. Se sbaglio, scrivimi pure all'indirizzo in calce e dimostramelo: come sempre, sono un polemico incallito e non me la prendo.
Prima di chiedersi se un popolo europeo esista, bisogna sapere che cosa si sta cercando. Qui arriva la prima sorpresa: non esiste, in politologia e in sociologia, una definizione unica e pacifica di «popolo» o di «nazione». Esistono famiglie di definizioni, in tensione tra loro da oltre un secolo. Riassumerle non è pedanteria accademica: è ciò che ci permette di non barare, perché a seconda della definizione che si adotta la risposta alla nostra domanda cambia radicalmente.
Conviene anche fissare un vocabolario, perché tre parole vengono continuamente confuse. L'ethnos è la comunità di discendenza e di cultura: si è greci, baschi o curdi per nascita, lingua e memoria. Il demos è la comunità politica dei cittadini: l'insieme di coloro che, a prescindere dall'origine, partecipano alla stessa vita pubblica e si riconoscono nelle stesse istituzioni. Il popolo, nel senso del diritto costituzionale italiano, ad esempio, è il titolare della sovranità: il soggetto in nome del quale si esercita il potere. Le tre nozioni non coincidono affatto — esistono demos multietnici solidissimi, come gli Stati Uniti (eccettuati gli ultimi anni un po' turbolenti) e la Svizzera, e nazioni etniche divise fra più Stati. Gran parte dell'equivoco sul «popolo europeo» nasce proprio qui: chi pone la domanda in chiave etnica ha buon gioco a rispondere di no, perché non esiste un'unica etnia europea, almeno non se si considera la nozione di etnia in senso stringente, restrittivo (secondo questa nozione nemmeno in Italia vi è un'unica etnia); chi la pone in chiave di demos, cioè di comunità politica di cittadini, apre invece uno spazio completamente diverso. È su questo secondo piano — non sull'improbabile fusione etnica, ma sulla comunità politica — che si gioca davvero la partita federale.
Una prima famiglia è quella oggettiva ed etnosimbolica. Il suo esponente più raffinato, Anthony D. Smith, individua alla radice di ogni nazione moderna un nucleo più antico, l'ethnie: una comunità definita da un nome collettivo, un mito di discendenza comune, memorie storiche condivise, elementi di cultura comune, un legame con un territorio e un senso di solidarietà.1 In questa prospettiva un popolo non si inventa dal nulla: affonda le radici in un substrato culturale preesistente, fatto di lingua, religione, memoria, simboli.
Una seconda famiglia è quella soggettiva e volontaristica. La sua formulazione classica è di Ernest Renan, che nella celebre conferenza del 1882 Che cos'è una nazione? liquida i criteri oggettivi — razza, lingua, religione, geografia — come insufficienti, e definisce la nazione «un plebiscito di tutti i giorni»: un principio spirituale fondato su due cose, il possesso comune di un ricco lascito di memorie e il consenso presente, la volontà di continuare a vivere insieme.2 Per Renan la nazione è, prima di tutto, volontà; e riposa tanto su ciò che si ricorda insieme quanto su ciò che si è scelto di dimenticare insieme. Non lontano da qui si colloca Max Weber, per il quale la nazione è una comunità di sentimento che tenderebbe a dotarsi di uno Stato proprio, fondata non su tratti oggettivi ma sulla credenza soggettiva in un'origine e in un destino comuni.3 Questa è, per quel poco che conta ai fini di questo nostro ragionamento, la definizione che ritengo più vicina alla mia personale sensibilità.
Una terza famiglia, modernista e costruttivista, rovescia il senso comune. Ernest Gellner sostiene che non sono le nazioni a generare il nazionalismo, ma il nazionalismo a generare le nazioni: la società industriale, avendo bisogno di una forza lavoro mobile, alfabetizzata e omogenea, produce attraverso la scuola e una «alta cultura» standardizzata l'unità nazionale che poi presenta come antica e naturale.4 Benedict Anderson definisce la nazione una «comunità immaginata»: immaginata non perché falsa, ma perché i suoi membri non si conosceranno mai tutti, eppure ciascuno porta in sé l'immagine della comune appartenenza — un'immagine resa possibile, storicamente, dal capitalismo di stampa, cioè dalla diffusione di libri e giornali in una lingua condivisa.5 Eric Hobsbawm, infine, mostra quanto delle «tradizioni nazionali» che crediamo secolari siano in realtà invenzioni recenti, forgiate a tavolino tra Otto e Novecento.6
Da questa rassegna si ricava una lezione che terremo a mente per tutta la serie: la nazione non è un dato di natura, è un processo storico. Quasi nessuno dei grandi popoli europei di oggi esisteva, nella forma che conosciamo, tre secoli fa. Sicuramente non nella forma in cui li conosciamo ora. Furono costruiti — con la scuola, la leva militare, la stampa, la burocrazia, il sangue. Chi oggi tratta il «popolo italiano» o il «popolo francese» come entità eterne e ovvie dimentica che erano, in origine, progetti tanto improbabili quanto oggi appare improbabile il popolo europeo.
Su questo sfondo va collocata l'obiezione più seria al progetto federale, che possiamo chiamare la tesi del "no demos". Formulata con rigore dal giurista Dieter Grimm in un saggio del 1995, essa afferma che all'Europa manca un demos — un popolo europeo dotato di lingua comune, spazio pubblico condiviso, media e partiti realmente continentali — e che senza demos non può esserci vera democrazia sovranazionale né una costituzione europea degna del nome.7 Di base, si tratta della logica che la Corte costituzionale tedesca ha fatto propria nelle sentenze su Maastricht (1993) e su Lisbona (2009), ancorando la legittimità democratica al Staatsvolk, il popolo dello Stato, che a livello europeo non esisterebbe.8 A questa tesi Jürgen Habermas ha opposto l'idea di patriottismo costituzionale: l'identità politica europea non deve precedere le istituzioni come un dato etnico, ma può formarsi attorno a principi civici e costituzionali condivisi, sostenuta dalla progressiva nascita di uno spazio pubblico europeo.9 Il popolo, in altre parole, può essere anche un punto d'arrivo, non solo un presupposto.
Ecco allora la domanda che divide l'Europa, e che questa serie affronta scomponendola in tre: gli Stati europei non possono unirsi perché non esiste un popolo europeo, né mai potrà esistere?
La mia risposta è triplice, e articolata in tre parti.
Questo preludio vale per tutte e tre. Cominciamo dalla prima.
Tesi. Se si smette di misurare l'Europa con il metro della nazione-Stato ottocentesca — lingua unica, mito etnico unico, storia raccontata da un unico manuale scolastico — e la si misura con i criteri che gli studiosi usano davvero per riconoscere un popolo, si scopre che un popolo europeo esiste già: incompiuto, «sfumato», non ancora addensato in coscienza politica piena, ma reale sia nel suo substrato storico sia nei suoi indicatori presenti. Non sto dicendo che sia forte quanto quello nazionale; sto dicendo che c'è, e che chi lo nega usa una definizione di «popolo» che nemmeno le nazioni esistenti soddisferebbero al loro atto di nascita.
Il primo pilastro è storico. A differenza di quanto accade per continenti assemblati dalla colonizzazione, l'Europa possiede una storia lunga, densa e per lunghi tratti comune. Non si tratta di romanticismo: si tratta di strutture che hanno plasmato per secoli lo spazio europeo.
C'è, alla base, l'eredità di Roma: un impero che per mezzo millennio unificò politicamente, giuridicamente e amministrativamente l'intero continente attorno al Mediterraneo, lasciando una lingua colta comune, il latino, e soprattutto un diritto. C'è la cristianità latina, la res publica christiana, che nel millennio medievale fornì all'Europa una religione condivisa, un calendario, una rete di università, pellegrinaggi e ordini monastici transnazionali, e ancora una volta il latino come lingua franca del sapere. Ci sono le grandi costruzioni politiche che hanno tenuto insieme il cuore del continente per secoli: l'impero carolingio e poi il Sacro Romano Impero, dentro il quale singoli territori che oggi chiamiamo nazioni convissero a lungo sotto un tetto comune. C'è il tentativo napoleonico di unificazione, che diffuse un modello giuridico e amministrativo omogeneo da Madrid a Varsavia. C'è, in età moderna, la Respublica literaria, la Repubblica delle Lettere: una comunità intellettuale realmente paneuropea che corrispondeva, discuteva e pubblicava attraverso i confini, prima in latino e poi in francese.
A questa ossatura politico-religiosa si sovrappongono fenomeni che hanno cucito l'Europa dall'alto e dal basso, insieme. Gli stessi movimenti artistici — il romanico, il gotico, il Rinascimento, il barocco, il neoclassicismo — attraversarono i confini come onde, dando a Cracovia e a Siviglia, a Palermo e a Praga un lessico visivo riconoscibilmente comune. Le dinastie regnanti si imparentarono al punto da fare dell'aristocrazia europea un'unica rete parentale continentale e con una sola lingua, il francese. Gli studenti migravano da un'università all'altra — Bologna, Parigi, Oxford, Salamanca, Praga — dentro un solo circuito del sapere, con un solo titolo di studio e una sola lingua dotta, il latino medievale. Perfino le guerre, per paradosso, furono spesso guerre civili europee: ci si combatteva perché ci si conosceva e si contendeva la stessa eredità, non perché si era estranei.
Chi conosce la Storia sa che una buona parte dei singoli Stati europei di oggi ha trascorso più tempo dentro entità imperiali o sovranazionali sovrapposte che come Stati-nazione pienamente sovrani, fenomeno quest'ultimo che ha appena due secoli. La frammentazione in nazioni gelose non è la condizione eterna e naturale dell'Europa: è una parentesi relativamente recente della sua storia.
Il secondo pilastro è il sostrato che quella storia ha depositato, e che accomuna gli Europei anche quando non se ne rendono conto.
Sul piano giuridico, la maggior parte dell'Europa continentale condivide la tradizione del diritto civile di matrice romanistica — il ius commune rielaborato dai giuristi medievali e moderni — che ha prodotto codici e categorie sorprendentemente affini da Lisbona a Tallinn. Sul piano linguistico, esiste un nucleo di lingue romanze figlie del medesimo latino, e più in generale una parentela profonda tra le grandi famiglie linguistiche del continente. Sul piano culturale e ideologico, gli Europei sono gli eredi comuni di un patrimonio che nessun altro spazio del mondo possiede nella stessa combinazione: l'umanesimo, il Rinascimento, la Riforma e la Controriforma, l'Illuminismo, l'esperienza dei liberi comuni e delle repubbliche marinare, le monarchie e la tradizione repubblicana, la rivoluzione scientifica e quella industriale, e infine il costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, con la sua sintesi di diritti individuali e diritti sociali. Da questo ceppo nasce quel modello di civiltà — più umanistico, più attento alla persona e ai suoi bisogni anche collettivi, meno assolutamente individualista — che distingue l'Europa persino dalle altre società occidentali.
A questo si aggiunge un tratto che gli Europei riconoscono come proprio non appena varcano l'oceano: un peculiare modello sociale. L'idea che la sanità e l'istruzione siano diritti, che il lavoro non sia schiavitù cieca, che lo Stato debba correggere le disuguaglianze più stridenti, è un patrimonio politico condiviso — con mille varianti nazionali — dalla Finlandia al Portogallo, e percepito come specificamente europeo proprio nel confronto con altri modelli occidentali. È cultura politica comune, non meno dei monumenti e delle lingue.
Se applichiamo a questo substrato la griglia di Anthony Smith — nome collettivo, memorie storiche condivise, elementi di cultura comune, legame con un territorio, senso di solidarietà — troviamo che l'Europa possiede, a scala continentale, molti dei tratti di una ethnie. Non tutti, non con la stessa intensità di una nazione; ma abbastanza da rendere ridicola l'idea che gli Europei siano estranei gli uni agli altri quanto lo sono da un abitante di un altro continente.
Questo elemento assume carattere distintivo. In un mondo che va verso la globalizzazione, in cui il generale vale sempre più del particolare, ha senso guardare ai particolari che dividono o ai fondamentali che uniscono? Per dirla più chiaramente: siamo più occupati a marcare le nostre differenze con uno spagnolo o un francese che a riconoscere le nostre similitudini rispetto a un russo o a un cinese — ha senso?
Il terzo pilastro è quello che più conta, perché risponde a Renan sul suo terreno: la nazione come volontà presente, come «plebiscito di tutti i giorni». Qui non servono suggestioni, servono numeri.
Gli europei, interrogati, si dichiarano tali in maggioranza netta. Secondo i rilevamenti Eurobarometro del 2025, il 75% dei cittadini dell'Unione dichiara di sentirsi cittadino dell'UE, e il 69% si dichiara "attaccato" all'Europa.10 È un dato che demolisce l'immagine di europei indifferenti alla propria dimensione continentale. Nello stesso periodo, il 74% ritiene che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall'appartenenza all'Unione — la percentuale più alta mai registrata.11 Non è ancora coscienza nazionale piena; è però esattamente ciò che ci si aspetta da un popolo in formazione: un senso di appartenenza diffuso e crescente. Un dato destinato a crescere, se si pensa che le percentuali maggiori di europeismo si registrano nelle fasce di età più giovani.
A ben guardare, questi numeri non raccontano una sostituzione ma una stratificazione: la maggioranza degli europei si sente al tempo stesso cittadina del proprio Paese e dell'Unione. L'identità europea non scalza quella nazionale, le si sovrappone. Non a caso è esattamente il modo in cui, storicamente, si sono formate tutte le identità ampie: non cancellando le appartenenze locali, ma inglobandole in un cerchio più largo, come già accadde a chi si scoprì «italiano» senza per questo smettere di essere napoletano o piemontese. Un popolo europeo non chiede a nessuno di rinnegare la propria nazione, così come la nazione non chiese ai comuni di rinnegare il campanile.
C'è poi la questione, apparentemente dirimente, della lingua. L'obiezione classica — «senza una lingua comune non c'è popolo» — sta perdendo forza sotto i nostri occhi. L'inglese è ormai la lingua franca del continente: secondo l'Eurobarometro del 2024, è parlato come lingua straniera dal 47% degli europei, e da circa il 70% dei giovani.12 Non è la lingua madre di tutti — non lo era il latino, non lo era il francese di corte — ma svolge la stessa funzione storica: creare lo spazio comunicativo condiviso che Anderson considerava la precondizione materiale della «comunità immaginata». La precondizione, insomma, si sta materializzando adesso. Con essa comincia a formarsi quello spazio pubblico europeo la cui assenza era, nel 1995, l'argomento più forte degli scettici: oggi gli europei seguono in tempo reale gli stessi cicli di notizie — un vertice a Bruxelles, un'elezione a Parigi o a Berlino, una crisi energetica, una guerra ai confini orientali, una decisione sui tassi di interesse della BCE — commentandoli sulle stesse piattaforme e spesso nella stessa lingua veicolare. Chiaramente si tratta di una comunità in costruzione, in fase embrionale, frammentata e diseguale; ma è la prima volta nella Storia che un tale spazio comunicativo continentale esiste al di fuori delle ristrette élite del latino e del francese di corte.
Infine, il vissuto delle nuove generazioni. Il programma Erasmus ha coinvolto oltre 15 milioni di persone dal 1987, con un'accelerazione impressionante: circa 7,1 milioni fino al 2013 e altri 8,5 milioni nel solo decennio 2014-2023.13 Una intera generazione che ha studiato, lavorato e stretto legami affettivi attraverso i confini, che condivide consumi culturali, piattaforme digitali, riferimenti e stili di vita da Lisbona a Helsinki. Per questi giovani l'identità europea non è un'astrazione ideologica: è esperienza vissuta, biografia. Sono, alla lettera, il primo abbozzo di massa di un popolo europeo. I giovani europei, oggi, sono infinitamente simili: stessa musica, stesso modo di vestire, stessi inglesismi, stesse piattaforme social su cui esprimersi, simili percorsi di studio, magari in inglese, simili modelli e aspirazioni.
Messi insieme — substrato storico profondo, patrimonio culturale-giuridico condiviso, indicatori di appartenenza in crescita, lingua franca emergente, generazioni a identità transnazionale — questi elementi non descrivono un popolo assente. Descrivono un popolo reale ma incompiuto: quello che ho chiamato un popolo «sfumato».
Una tesi seria deve reggere le obiezioni migliori. Ne affronto quattro.
Prima obiezione: «Manca il demos. Niente lingua comune, niente spazio pubblico europeo, niente media né partiti continentali: senza questo, il popolo europeo non esiste» (Grimm, Corte di Karlsruhe). È l'obiezione più forte e va onorata. Ma commette due errori. Il primo è cronologico: fissa l'asticella al punto d'arrivo delle nazioni mature e la applica a un popolo in formazione, come se si pretendesse da un adolescente la statura di un adulto per riconoscergli l'esistenza. Il secondo è empirico: lo spazio pubblico e la lingua comune che nel 1995 mancavano si stanno formando ora, sotto la spinta della lingua franca inglese e dei media digitali transnazionali. Non a caso Habermas rispose che il demos può essere costruito, non solo trovato;14 e, come vedremo nella Parte II, nessuna nazione europea aveva un demos «pronto» prima di costruirselo: la Francia lo fabbricò, letteralmente, trasformando i contadini in francesi.15
Seconda obiezione: «Le identità nazionali sono vive e i nazionalismi risorgono: prova che il popolo europeo non attecchisce». Qui si nasconde un falso presupposto: che identità nazionale ed europea siano in somma zero, che una escluda l'altra. I dati dicono il contrario: la stragrande maggioranza degli europei si sente al tempo stesso, poniamo, italiana e europea. Le identità sono annidate, come cerchi concentrici — città, regione, nazione, Europa — e convivono benissimo, esattamente come un bavarese è tedesco senza cessare di essere bavarese. La rinascita dei nazionalismi, semmai, è la reazione difensiva a una integrazione percepita come già in atto: non si combatte ciò che non esiste.
Terza obiezione: «L'europeismo è tiepido: bassa affluenza alle europee, euroscetticismo diffuso». Occorre distinguere l'attaccamento all'Europa dal giudizio sulle istituzioni dell'Unione. Gli stessi sondaggi che registrano critiche a Bruxelles mostrano un attaccamento all'Europa più alto che all'UE stessa: il malcontento colpisce l'architettura istituzionale, non l'appartenenza continentale. È un deficit democratico e istituzionale, non un deficit di popolo — un problema di forma di governo, non di esistenza della comunità.
Quarta obiezione: «La "comunità immaginata" richiede media condivisi che a scala europea non esistono» (in chiave andersoniana). Era vero fino a ieri. Ma il capitalismo di stampa di Anderson ha oggi il suo equivalente e anzi il suo potenziamento: le piattaforme digitali, i social, lo streaming, uniti alla diffusione dell'inglese, stanno creando in tempo reale lo spazio comunicativo condiviso che alle nazioni ottocentesche richiese decenni di quotidiani. Il fattore che Anderson riteneva costitutivo non manca all'Europa: le sta arrivando addosso ora, alla velocità della rete.
Torno alla domanda. Esiste già un popolo europeo? La mia risposta è: sì, per quanto sfumato e incompiuto. Esiste nel suo substrato — una civiltà condivisa per storia, diritto, lingua, cultura e idee politiche, che regge il confronto con la griglia dell'ethnie di Smith. Ed esiste nel suo presente — un senso di appartenenza dichiarato dalla maggioranza, una lingua franca in rapida diffusione, una generazione la cui identità europea è biografia e non ideologia, che soddisfa il criterio di volontà di Renan meglio di quanto molti immaginino.
Chi nega l'esistenza del popolo europeo lo fa applicando una definizione — quella della nazione-Stato etnicamente e linguisticamente omogenea — che è essa stessa un mito storico, e che nemmeno le nazioni esistenti soddisfacevano quando nacquero. Se accettiamo, come impone la scienza, che i popoli sono processi e non essenze, allora il popolo europeo non è un'utopia da attendere: è una realtà in corso, da riconoscere e da coltivare.
Torniamo, per un istante, al vocabolario del preludio. Se per «popolo europeo» intendiamo un unico ethnos, una comune discendenza di sangue, allora no: non esiste, e non è nemmeno auspicabile che esista, perché l'unità dell'Europa è nella sua pluralità. Ma se intendiamo un demos — una comunità politica di cittadini che condividono una civiltà, un destino e la volontà di deciderne insieme — allora quel popolo esiste già in forma nascente, ed è esattamente il soggetto che un ordinamento federale dovrebbe riconoscere e mettere in condizione di governarsi. La domanda «esiste un popolo europeo?» non ha una risposta secca perché è mal posta: dipende da quale popolo si cerca. Il popolo etnico è un fantasma che nessuno insegue; il popolo politico è una realtà che chiede solo di essere presa sul serio.
Resta però una risposta parziale. Perché anche ammettendo che oggi il popolo europeo sia solo un abbozzo, restano due domande decisive: lo si può costruire deliberatamente? E si sta formando comunque, per forza di cose? Alla prima è dedicata la Parte II, dove incontreremo la Francia che «fece i francesi». Alla seconda la Parte III, dove vedremo come la pressione delle grandi potenze stia saldando gli europei più di mille proclami.
A breve per la Parte II, se questa non vi avesse già triggerato abbastanza.
Tyler.