Di Tyler D.
Parte III — Un popolo che si sta formando
Ultima tappa del nostro viaggio, forse la più ovvia, non per questo la meno importante. Nel preludio avevo scomposto la grande obiezione — «non esiste un popolo europeo, né mai potrà esistere» — in tre domande. Nella Parte I ho sostenuto che un popolo europeo, sfumato ma reale, esiste già. Nella Parte II che, quand'anche non esistesse, lo si potrebbe costruire, come si costruirono i francesi e gli italiani. Resta la terza risposta, la più inquietante e forse la più potente: che il popolo europeo si stia formando adesso, sotto i nostri occhi, non perché qualcuno lo stia edificando a tavolino, ma perché qualcosa lo sta saldando dall'esterno. Quel qualcosa è la pressione delle grandi potenze. Come sempre: se pensi che stia leggendo la realtà in modo distorto, scrivimi pure all'indirizzo in calce!
I popoli non si saldano soltanto con la scuola e la moneta: si saldano, e più in fretta, di fronte a una minaccia comune. Si tratta di una delle verità più antiche e meglio documentate della vita sociale: quando un gruppo si sente minacciato dall'esterno, la sua coesione interna aumenta esponenzialmente, le divisioni passano in secondo piano, la leadership si rafforza. La tesi di questa Parte III è che l'Europa sta vivendo esattamente questo processo. La transizione verso un mondo multipolare, con la Russia che aggredisce ai confini, gli Stati Uniti che si disvelano chiaramente per il loro vero ruolo, non di allenato, bensì di dominus e la Cina che si afferma come rivale sistemico, sta funzionando da fabbro involontario dell'unità europea: sta producendo, shock dopo shock, quella coscienza comune che decenni di proclami non erano riusciti a generare. Il nemico esterno — o più precisamente la condizione di esposizione comune — sta facendo per il popolo europeo ciò che il maestro repubblicano fece per i francesi, ma più rapidamente.
Partiamo dalla teoria, perché il fenomeno non è un'intuizione da comizio ma un risultato consolidato delle scienze sociali. Georg Simmel prima e Lewis Coser poi lo formularono con precisione: il conflitto con un gruppo esterno accresce la coesione interna e la centralizzazione del gruppo minacciato; i membri serrano i ranghi contro il nemico comune. Coser arrivò a osservare che i gruppi possono persino cercare nemici allo scopo — consapevole o inconsapevole — di mantenere la propria unità, e che perfino una minaccia immaginaria svolge la stessa funzione integratrice di una reale.1 È il meccanismo che i politologi americani chiamano rally round the flag: davanti al pericolo esterno, le fazioni si stringono. Ben noto, usato e abusato dall’elite americana nel corso di tutto il novecento e, ancor di più, in questi anni, dalla guerra al terrorismo alle recenti avventure - possiamo chiamarle così? - di Trump in Iran.
La teoria delle relazioni internazionali dice qualcosa di analogo sul piano degli Stati. Stephen Walt ha raffinato il vecchio «equilibrio di potenza» in un «equilibrio della minaccia» (balance of threat): gli Stati non si alleano contro chi è semplicemente più potente, ma contro chi percepiscono come più minaccioso — dove la minaccia dipende da potenza aggregata, prossimità geografica, capacità e intenzioni offensive.2 Ne discende che una minaccia vicina, aggressiva e dalle intenzioni ostili spinge gli Stati esposti a coalizzarsi. Non a caso alcuni studiosi hanno riletto l'intera integrazione europea come un fenomeno balance-of-threat: l'Europa si è unita, ogni volta, sotto la spinta di un pericolo. Per il vero, un pericolo anche endogeno.
C'è di più. Karl Deutsch — lo storico incontrato nella Parte II — studiando come nascono le «comunità di sicurezza», quelle aree in cui la guerra tra i membri diventa impensabile, mostrò che esse si formano quando la densità delle transazioni e la percezione di un destino comune superano una certa soglia. La minaccia esterna accelera entrambe: moltiplica gli scambi — militari, diplomatici, finanziari — e impone la percezione, brutale ma chiarificatrice, di un destino condiviso. Il pericolo, in altri termini, non si limita a stringere i ranghi per paura: costruisce, come sottoprodotto, l'infrastruttura relazionale da cui nasce una comunità stabile. È la ragione per cui l'unità nata sotto minaccia, se ben incanalata, può durare ben oltre la minaccia stessa.
Percorrendo questa via incappiamo in un intellettuale scomodo: Che la comunità politica si definisca anche attraverso la distinzione «amico/nemico» è tesi celebre di Carl Schmitt — un autore le cui simpatie politiche naziste sono ben note e documentate. Ma non sono il tipo di commentatore che non riesce a vedere la riflessione oltre le scelte dell’uomo, né mai sarò perpetratore di cancel culture. Carl Schmitt lo cito per l'analisi ovviamente, non per l'etica della persona.3 L'idea che il «noi» prenda forma contro un «loro» coglie qualcosa di reale. Ci torneremo tra le obiezioni. Per ora basti registrare il meccanismo: la minaccia esterna è un potente collante politico. La domanda - credo retorica - è se stia agendo, oggi, sull'Europa.
Prima del presente, il passato. La storia è una lunga sequenza di popoli che si sono scoperti tali di fronte a un invasore.
Il caso archetipico è quello dei Greci. Le poleis — Atene, Sparta, Corinto, Tebe — erano rivali gelose, spesso in guerra tra loro, incapaci di un'unità stabile. Eppure, di fronte all'invasione persiana di Serse, nel 480 a.C., si coalizzarono nella Lega ellenica e respinsero l'impero più grande del mondo allora conosciuto.4 Fu la minaccia comune, non un ideale astratto di unità panellenica, a produrre la cooperazione. Quando il pericolo persiano venne meno, i Greci tornarono a dividersi ma nel momento decisivo l'esistenza di un «noi» ellenico contro un «loro» barbarico si era manifestata con forza.
Un caso ancora più pertinente, perché sfociò in uno Stato federale, è quello delle tredici colonie americane. Si, proprio l'egemone globale nasce da un percorso di questo tipo o qualcuno credo che la Virginia o il Massachusetts avrebbero dominato il globo anche da soli? Erano entità separate, diffidenti l'una dell'altra, con economie, chiese e identità distinte: un virginiano e un abitante del Massachusetts avevano, all'inizio, poco in comune. Ciò che le trasformò in un popolo non fu anzitutto un progetto illuminato, ma la pressione ostile della madrepatria britannica: tasse imposte senza rappresentanza, coercizione, guerra. Contro quel nemico comune le colonie si allearono, si confederarono e infine, quando la fragile confederazione si rivelò troppo debole per reggere il confronto con le potenze del mondo, si diedero una costituzione federale. Gli «americani» come popolo furono, in misura non piccola, un prodotto della lotta contro Londra: prima vennero la minaccia e la guerra, poi — non prima — la Nazione.
L'Europa, in realtà, lo ha già sperimentato una volta questo potente meccanismo. La prima integrazione europea del dopoguerra, la Comunità del carbone e dell'acciaio, poi la Comunità economica, nacque all'ombra di una duplice pressione: la minaccia sovietica a Est e la necessità di ancorare la Germania a un ordine comune perché non tornasse a minacciare i vicini. I padri fondatori, da Schuman a De Gasperi, non erano sognatori disarmati: erano realisti che avevano visto due guerre mondiali e sapevano che solo l'integrazione poteva rendere la guerra tra europei «non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Fu, anche allora, un'unità in parte difensiva, maturata sotto l'ombrello americano e la spinta della paura sovietica. L'Europa sa unirsi sotto minaccia: lo ha già fatto, ed è così che è nata l'Unione stessa. La novità di oggi è che la minaccia è tornata da più direzioni contemporaneamente proprio mentre l'ombrello che un tempo la attutiva comincia a chiudersi.
Veniamo al presente, che è poi il cuore dell'argomento. Negli ultimi anni l'Europa ha attraversato una sequenza ravvicinata di shock esterni, e a ciascuno ha risposto con un balzo di integrazione che, in tempi normali, sarebbe stato giudicato impensabile.
2020 — la pandemia. Di fronte a uno shock simmetrico e globale, gli Stati membri ruppero un tabù storico: per la prima volta si indebitarono in comune. NextGenerationEU, oltre 800 miliardi di euro raccolti congiuntamente sui mercati, fu un atto di solidarietà fiscale che l'austerità della crisi dei debiti sovrani aveva reso, solo pochi anni prima, semplicemente inconcepibile.5 Fu il primo, timido «momento hamiltoniano» europeo e arrivò sotto la frusta di un'emergenza esterna.
2022 — l'espansionismo russo. Qui lo shock è stato geopolitico e brutale, e la risposta di conseguenza. L'Unione ha adottato pacchetti di sanzioni senza precedenti — diciassette e oltre — contro la Russia;6 ha usato per la prima volta lo Strumento europeo per la pace per finanziare forniture di armi a un Paese non UE, l'Ucraina, arrivando a stanziare miliardi;6 e ha concesso all'Ucraina stessa lo status di Paese candidato all'unanimità dei ventisette.7 Sul piano della sicurezza, due Paesi storicamente neutrali, Finlandia e Svezia, hanno abbandonato decenni di non allineamento per entrare nella NATO.8 La Germania ha proclamato la propria Zeitenwende, la «svolta epocale», stanziando un fondo speciale da cento miliardi per le forze armate e rovesciando una dottrina di prudenza militare vecchia di ottant'anni. L'Unione ha lanciato RePowerEU per affrancarsi dal gas russo (con rivedibili risultati ma ne parleremo), ha creato una piattaforma di acquisti comuni di gas, e ha aperto i negoziati di adesione con l'Ucraina e la Moldova. In pochi mesi, tabù che sembravano eterni — l'allargamento in tempo di guerra, l'acquisto comune di energia, le armi finanziate dal bilancio comune, la neutralità nordica — sono caduti uno dopo l'altro. Nessun trattato negoziato a freddo aveva mai prodotto tanta integrazione quanta ne ha prodotta un anno di guerra ai confini.
2025 — l'alleato che si allontana (o si mostra per ciò che è sempre stato). La pressione non viene solo da Est. Il ritorno di un'amministrazione statunitense interventista — dazi verso l'Unione, dubbi espliciti sulla garanzia di sicurezza, la richiesta di scegliere il campo nella competizione con Pechino, guerra in Iran — ha spinto l'Europa a fare ciò che per settant'anni aveva evitato: pensare alla propria difesa da sé. Nel marzo 2025 la Commissione ha lanciato il piano ReArm Europe / Readiness 2030, che mira a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa europea (pochi ancora, ma ne parleremo): circa 650 miliardi liberati sospendendo le regole di bilancio per la spesa militare, più un nuovo strumento comune di prestiti da 150 miliardi, SAFE.9 La stessa Germania ha compiuto l'impensabile, riformando il proprio «freno costituzionale al debito» per poter spendere in difesa — un dogma di rigore che pareva intoccabile, sacrificato alla necessità del momento. Un continente che si riarma insieme perché non può più contare sull'ombrello altrui è, letteralmente, un popolo che scopre di dover badare a se stesso e che scopre, nel farlo, di essere un «noi».
Sullo sfondo, permanente, c'è la Cina: non un'aggressione militare, ma una sfida sistemica — tecnologica, commerciale, industriale — che l'Unione ha imparato a chiamare de-risking. Il dominio cinese sulle terre rare e sulle tecnologie pulite, l'ondata di veicoli elettrici sovvenzionati, la dipendenza da catene di fornitura controllate da Pechino: sono pressioni che spingono gli europei a coordinare politica industriale, dazi e sicurezza economica come un blocco unico, perché nessuno Stato membro, da solo, ha la stazza per negoziare alla pari con un colosso continentale. Tre pressioni diverse — russa, americana, cinese — convergono così nello stesso effetto: costringono gli europei a chiedersi chi siano, e a rispondere, sempre più spesso, «europei».
Il filo che lega questi episodi è netto. In ogni caso la sequenza è identica: uno shock esterno rende palese un'esposizione comune; l'esposizione impone una risposta che nessuno Stato può dare da solo; la risposta comune crea o rafforza un'istituzione europea; l'istituzione, a sua volta, abitua i cittadini a pensarsi come parte di un unico corpo politico. Pandemia, guerra, ricatto energetico, alleato che si sfila: cambiano gli inneschi, non il meccanismo. E cambia, soprattutto, la velocità. L'integrazione che i trattati negoziati a freddo avevano faticato a produrre in decenni, gli shock l'hanno prodotta in mesi. La storia dell'Unione, a ben guardare, non è quella di un piano che avanza in linea retta, ma di una serie di balzi in avanti sotto pressione, separati da lunghe stasi. Viviamo, oggi, in una stagione di balzi.
Che tutto questo non resti confinato ai vertici lo dicono i sondaggi, che sono lo specchio in cui la coesione da minaccia diventa misurabile. Secondo l'Eurobarometro dell'autunno 2025, il 79% dei cittadini è favorevole a una politica comune di difesa e sicurezza — il secondo dato più alto dal 2004 — e circa il 75% a una politica estera comune.10 Non sono numeri da movimento d'avanguardia: sono maggioranze larghe e crescenti, salite proprio nella scia degli shock.
Ancora più rivelatori i sondaggi del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR): dopo il 2022 e ancor più dopo il 2025, gli europei si dichiarano pronti a difendersi da soli, considerano gli Stati Uniti non più un «alleato» ma un «partner necessario» con cui cooperare per calcolo, e sostengono un aumento della spesa militare.11 È il ritratto di un'opinione pubblica che sta interiorizzando, in tempo reale, la lezione realista: se il mondo si fa pericoloso e i protettori si fanno inaffidabili, bisogna contare su di sé e quel «sé», per uno Stato europeo troppo piccolo, non può che essere l'Europa.
Due dettagli rendono il quadro ancora più significativo. Il primo: la fiducia nell'Unione, nello stesso Eurobarometro, ha toccato il livello più alto da quasi vent'anni — segno che la coesione da minaccia non è solo adesione a una politica, ma rafforzamento del legame con l'istituzione comune. Il secondo, che ci riporta alla Parte I: l'europeismo è più forte tra i giovani, la generazione dell'Erasmus e delle identità annidate. La pressione esterna, in altre parole, agisce su un terreno già fertile: non deve creare il popolo europeo dal nulla, ma risvegliarne e accelerarne uno che era già in formazione. Minaccia e substrato lavorano nella stessa direzione.
Conviene poi sottolineare la posta di quel «sedimento» istituzionale, perché è ciò che distingue l'unità europea da quella effimera dei Greci. Ogni shock ha lasciato una struttura destinata a restare: l'euro dopo le crisi monetarie del Novecento, il debito comune di NextGenEU dopo la pandemia, lo Strumento europeo per la pace e le capacità di difesa dopo il 2022, gli acquisti comuni di energia dopo il ricatto del gas. Sono mattoni che nessuno smonterà quando la tensione calerà, perché nel frattempo saranno diventati parte dell'ossatura ordinaria dell'Unione. La paura passa, le istituzioni che essa costruisce restano.
Il meccanismo, allora, si può riassumere in una catena: minaccia esterna comune → percezione condivisa del pericolo → risposta comune (sanzioni, riarmo, debito comune, allargamento) → istituzioni e abitudini condivise → coscienza di un destino comune. Lo stesso circuito che Simmel e Coser descrivevano per i piccoli gruppi, proiettato sulla scala di un continente. Ogni giro del circuito lascia un sedimento istituzionale — un fondo comune, un'agenzia, una capacità militare — che non evapora quando la tensione cala. La minaccia accende il fuoco; le istituzioni costruiscono il camino che lo trattiene.
Prima obiezione: «La minaccia divide quanto unisce. Non tutti gli europei balzano dalla stessa parte: alcuni governi flirtano con Mosca, altri corteggiano Washington». È vero, e la teoria lo prevede. Walt osserva che, mentre gli Stati esposti tendono a coalizzarsi contro la minaccia, i più deboli o i più esposti (o i meno lungimiranti aggiungerei) possono anche «accodarsi» al più forte (bandwagoning).12 Le defezioni esistono e vanno prese sul serio. Due osservazioni al riguardo:
Primo: la tendenza aggregata è inequivocabile — sanzioni approvate all'unanimità, candidatura ucraina votata da tutti e ventisette, difesa comune sostenuta dal 79% dei cittadini. Le eccezioni sono rumore attorno a un segnale forte — e sono, spesso, eccezioni a parole più che nei fatti: anche i governi più tiepidi hanno finito per votare le sanzioni e la candidatura ucraina, perché il costo di restare fuori dal «noi» europeo, nel momento del pericolo, è apparso più alto del prezzo di aderirvi.
Secondo: il fatto stesso che alcuni si «accodino» alla potenza minacciosa dimostra che la minaccia è reale e sta forzando scelte di campo — esattamente ciò che salda gli altri. Il bandwagoning di pochi è la prova, non la smentita, della pressione.
Seconda obiezione: «L'unità nata dalla paura è superficiale e temporanea: svanirà appena la minaccia si allontana, come i Greci dopo i Persiani». L'obiezione è seria e in parte fondata: la coesione puramente reattiva può afflosciarsi. Ma trascura due fatti. Primo: gli shock attuali non sono un episodio isolato, ma la manifestazione di una transizione strutturale destinata a durare decenni, non stagioni. Secondo, e decisivo: a differenza dei Greci, l'Europa istituzionalizza. Ogni shock lascia dietro di sé una struttura permanente, la moneta comune, il debito comune, le capacità di difesa in costruzione, che sopravvive al suo innesco. Proprio qui le tre Parti di questa serie si saldano: la minaccia (Parte III) accelera un popolo che già esiste (Parte I) e che possiamo deliberatamente consolidare (Parte II). La paura accende; la civiltà condivisa e le istituzioni trattengono.
Terza obiezione: «Costruire un popolo contro un nemico è pericoloso e illiberale: è la logica di Schmitt, che porta al militarismo e alla xenofobia».. Vero, in parte concordo. Un'identità fondata solo sull'ostilità verso un «loro» è tossica: genera nazionalismo aggressivo, capri espiatori, clima di odio. Ma qui sta la distinzione decisiva. Il «noi» europeo che sto descrivendo non si definisce contro un popolo — non contro i russi, i cinesi o gli americani come persone — bensì contro una condizione: la subordinazione, la perdita di autodeterminazione, l'essere oggetto e non soggetto della storia. La minaccia è la scintilla che accende il fuoco, non il mattone di cui è fatta la casa. La sostanza del popolo europeo resta quella delle Parti I e II: una civiltà condivisa e un progetto democratico. Un'unità che nasce per difendere la libertà e i valori — e non per aggredire — non è schmittiana: è la più antica e legittima delle ragioni per stare insieme. C'è di più: proprio perché l'Europa custodisce, come ho argomentato nelle Parti precedenti, un modello di civiltà fondato sull'umanesimo e sulla dignità della persona, il suo «noi» ha un fortissimo antidoto interno verso qualsiasi deriva. Un popolo europeo che tradisse la propria vocazione umanistica per farsi fortezza rancorosa cesserebbe, in quel gesto, di essere ciò che dice di voler difendere. La minaccia ci dà la spinta a unirci; sono i valori a dirci come farlo senza snaturarci.
Quarta obiezione: «Allora vi augurate le guerre e le crisi, perché vi fanno comodo: è cinismo». Premesso che nessuno si augura niente e qui si fa analisi di ciò che accade. No, ed è una differenza morale, non solo logica. Riconoscere che la minaccia unisce non significa desiderarla, così come il medico che studia le epidemie non le augura. La minaccia c'è, che ci piaccia o no; la sola scelta che ci resta è se subirla nella frammentazione o affrontarla nell'unità. Sprecare una crisi lasciando che ci trovi divisi è la vera colpa. Trasformare la pressione in agenzia, «prepararsi invece di improvvisare», per usare le parole del nostro stesso manifesto non è cinismo: è responsabilità.
Siamo arrivati in fondo, e i tre fili si possono finalmente annodare. Abbiamo chiesto: esiste un popolo europeo, né mai potrà esistere? Ebbene, abbiamo risposto tre volte di sì. Sì, un popolo europeo esiste già, sfumato ma reale, radicato in una civiltà condivisa e in un'appartenenza che i numeri registrano (Parte I). Sì, quel popolo si può costruire deliberatamente, con gli stessi strumenti che fecero i francesi e gli italiani, e senza la loro brutalità (Parte II). Si, quel popolo si sta formando adesso, saldato dalla pressione delle grandi potenze come il ferro sotto il maglio del fabbro (Parte III). Le tre risposte non si escludono: si sommano. Un popolo che già c'è, che possiamo aiutare a crescere, e che la storia sta forgiando per noi.
Resta una sola cosa, la più importante, e non dipende dagli storici né dai sondaggisti: dipende da noi. La minaccia offre l'occasione, non la garanzia. Può saldarci in uno Stato europeo sovrano, capace di difendere la nostra libertà e i nostri valori; oppure può trovarci divisi, e allora ci travolgerà uno a uno. La finestra non resterà aperta per sempre: le occasioni storiche sono rare e fugaci, e la stessa pressione che oggi ci salda potrebbe domani, se ci trovasse impreparati e frammentati, semplicemente spartirci. La differenza tra le due sorti non la decideranno le grandi potenze: la decideremo noi, con la scelta di trasformare la paura in progetto. Il fabbro sta battendo il ferro. Sta a noi decidere se diventare una spada o restare schegge sparse sull'incudine.
Con questo si chiude la nostra piccola trilogia sul popolo europeo. Grazie di avermi letto fin qui: che siate d'accordo o furiosi, è già, a suo modo, un pezzetto di spazio pubblico europeo. Se avete qualche tema che vi piacerebbe veder trattato da questo disgraziato commentatore scrivetemelo!
A presto.
Tyler.