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SAGGIO · 16 AGOSTO 2026

Esiste un popolo europeo? Parte 2

Di Tyler D.

Parte II — Un popolo che si può costruire

Eccoci alla seconda tappa del nostro viaggio a tema: Popolo Europeo. Nel preludio avevo scomposto la grande obiezione — «non esiste un popolo europeo, né mai potrà esistere» — in tre domande. Nella Parte I ho sostenuto che un popolo europeo, sfumato ma reale, esiste già. Ora concedo tutto al mio avversario: facciamo pure finta che io mi sia sbagliato, che quel popolo non ci sia. Resta la domanda più interessante: e se anche non esistesse, lo si potrebbe costruire? La mia risposta, anche qui, è sì — e non per fede, ma perché è esattamente ciò che hanno fatto tutte le Nazioni che oggi diamo per eterne. Come sempre: se pensi che stia prendendo un abbaglio, scrivimi pure all'indirizzo in calce. Siamo Europei, non temiamo il confronto.

Tesi

Lo sapevate che il piatto tipico thailandese per eccellenza, che mangiamo nei ristoranti tipici Thai, il Pad Thai (che amo), è un piatto cinese che il capo di stato del Siam (l’allora Thailandia) si inventò essere il piatto nazionale, a inizio Novecento, per creare una cultura comune ad un popolo inesistente che voleva edificare, quello thailandese?

I popoli non si trovano già pronti in natura: si fanno.

Sono il prodotto di politiche deliberate — scuola, lingua, infrastrutture, servizio militare, mercato, media, simboli — che nel giro di due o tre generazioni trasformano una popolazione frammentata in una nazione con una coscienza comune. Se questo è vero, allora l'obiezione «manca il popolo europeo» perde la sua forza apparentemente decisiva: non è un veto, è un programma di lavoro. La stessa «cassetta degli attrezzi» che fece i francesi, gli italiani e i tedeschi è oggi in gran parte disponibile a scala europea, e l'Unione — spesso senza dichiararlo — ne sta già usando diversi pezzi. Ciò che manca non è la possibilità: è la volontà politica di completare l'opera.

1. La regola, non l'eccezione: i popoli si fabbricano

Cominciamo da una frase che ogni studente italiano conosce: «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani». La si attribuisce a Massimo d'Azeglio, e cattura una verità profonda; salvo che d'Azeglio, per la cronaca, disse qualcosa di più amaro e più onesto — «Pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gli Italiani».1 Il punto, al di là dell'aneddoto, è che nel 1861 lo Stato italiano esisteva ma gli italiani, come popolo dotato di lingua e coscienza comuni, in larga misura no. Andavano fatti.

Oggi, appena 150 anni dopo, abbiamo partiti che costruirono il loro consenso elettorale sul richiamo ad un italianità asseritamente perduta. Come cambiano le cose.

Gli italiani furono fatti, faticosamente, con la scuola, la leva, la burocrazia, la lingua nazionale imposta su un mosaico di dialetti — in un Paese in cui, al momento dell'unità, la stragrande maggioranza della popolazione non parlava italiano ma il proprio volgare regionale.

Questa non è un'eccezione italiana: è la regola. La scienza sociale l'ha teorizzata da tempo. Karl Deutsch mostrò che le nazioni si formano dove cresce la densità della comunicazione sociale — quando strade, scambi, alfabetizzazione e media legano tra loro popolazioni prima separate.2 Ernest Gellner, che abbiamo incontrato nel preludio, aggiunse che è la scuola di massa a fabbricare l'«alta cultura» condivisa su cui poggia la nazione moderna; e Benedict Anderson che la stampa in lingua comune crea la «comunità immaginata».3 In tutti questi modelli il popolo non precede lo Stato come una roccia: è modellato, spesso proprio dallo Stato, con strumenti individuabili e ripetibili.

Il caso tedesco conferma la regola. La Germania non «esisteva» come Stato unitario prima del 1871: era un mosaico infinito di regni, principati e città libere, con dialetti e tradizioni distinti. Fu unificata dall'alto — dal ferro e dal sangue di Bismarck, ma anche dalla ferrovia, dall'unione doganale (lo Zollverein) e da un sistema scolastico prussiano preso a modello dal mondo intero. Come la Francia si diede la Marsigliese e la festa nazionale, così ogni nuova nazione si costruì il proprio repertorio di inni, monumenti e «tradizioni» che solo apparivano antiche: quella «invenzione della tradizione» che Eric Hobsbawm ha mostrato essere tipica proprio del tardo Ottocento nazionalista.4 In ogni caso — Francia, Italia, Germania — il copione è lo stesso: prima lo Stato, poi, deliberatamente, il popolo.

Attenzione a non fraintendere: dire che i popoli si costruiscono non significa sminuirli, come se fossero finzioni da smascherare. Significa riconoscere che l'appartenenza è un fatto storico e volontario — il «plebiscito di tutti i giorni» di Renan — e non un dato biologico immutabile. Da questa evidenza empirica ne deriva, però, una conseguenza chiara: se i popoli si fanno, allora anche il popolo europeo può farsi. La domanda cessa di essere metafisica («esiste per natura?») e diventa politica («vogliamo costruirlo, e con quali strumenti?»). È la differenza tra subire la storia e scriverla — e nessuna generazione europea ha mai avuto, come la nostra, gli strumenti per scriverla su scala continentale.

Se i popoli si costruiscono, allora la domanda «esiste un popolo europeo?» va affiancata da una domanda diversa e più operativa: disponiamo degli strumenti per costruirlo? Per rispondere, conviene studiare il caso in cui quegli strumenti furono usati nel modo più documentato e più efficace: la Francia.

2. Il caso-scuola: come la Francia «fece i francesi»

Nel 1863 — lo si legge nell'opera classica dello storico Eugen Weber, Peasants into Frenchmen — quasi un quarto della popolazione francese non parlava affatto francese, nemmeno lo capiva: milioni di persone si esprimevano in bretone, basco, tedesco alsaziano, fiammingo, o in uno dei tanti patois regionali.5 La Francia, la nazione che nell'immaginario europeo incarna l'idea stessa di Stato-nazione compatto, appena un secolo e mezzo fa era, linguisticamente e culturalmente, un arcipelago. Non un popolo, ma tanti popoli.

Figura 1 — Francia, 1863: chi parlava francese e chi no (patois o altre lingue). Fonte: E. Weber.
Figura 1 — Francia, 1863: chi parlava francese e chi no (patois o altre lingue). Fonte: E. Weber.

Che cosa la trasformò? Weber lo mostra con dovizia: nei due decenni attorno al 1900 la cultura nazionale ufficiale sostituì quella locale nelle campagne, e lo fece attraverso pochi, potenti strumenti materiali.5 Primo, le infrastrutture: strade e soprattutto ferrovie strapparono all'isolamento regioni remote, collegandole ai mercati e ai centri della vita moderna. Secondo, la scuola: con le leggi Ferry del 1881-1882 l'istruzione primaria divenne gratuita, obbligatoria e laica, e la scuola repubblicana insegnò a tutti non solo il francese ma i valori nazionali, il patriottismo, la geografia e la storia della patria.6 Terzo, il servizio militare: la coscrizione universale mescolò i giovani di ogni regione in un'unica istituzione francofona, «scuola della nazione» tanto quanto la scuola vera e propria.

A questi si aggiunsero il mercato nazionale, che rese l'interdipendenza economica un'esperienza quotidiana; la stampa a larga diffusione, che dava a contadini lontani gli stessi fatti e le stesse parole; e un armamentario di simboli e riti deliberatamente costruiti in quegli stessi anni — la Marsigliese elevata a inno nazionale (1879), il 14 luglio istituito festa nazionale (1880), i monumenti ai caduti, le cerimonie civili. Colpisce la rapidità: bastarono i decenni a cavallo del 1900, meno di due generazioni, perché una popolazione che in maggioranza ignorava la lingua di Parigi si scoprisse, e si sentisse, «francese».

Vale la pena soffermarsi sulla scuola, perché è lì che l'operazione si vede a occhio nudo. Il maestro repubblicano, spesso spedito lontano dalla propria regione, aveva il mandato esplicito di sostituire il patois con il francese: nelle aule di mezza Francia campeggiava il cartello «È vietato sputare per terra e parlare bretone», e il bambino sorpreso a usare la lingua di casa veniva punito. Il meccanismo, spogliato della sua brutalità, è limpido: dai alla stessa generazione la stessa lingua, la stessa storia e le stesse mappe, e in vent'anni avrai un popolo pronto a morire in trincea, dove prima c'erano tanti mondi separati.

A suggellare il processo arrivò, tragicamente, la Grande Guerra: le trincee del 1914-18 mescolarono in modo definitivo uomini di ogni regione in un destino comune, e i monumenti ai caduti eretti in ogni villaggio divennero l'altare laico di un'identità ormai condivisa. La nazione che nel 1863 era un arcipelago di lingue, mezzo secolo dopo piangeva i propri morti come un solo popolo. Nation-building e sacrificio comune si erano saldati — un'anticipazione, en passant, del tema della Parte III.

Figura 2 — La fabbrica della nazione francese: alcune tappe, 1863-1918.
Figura 2 — La fabbrica della nazione francese: alcune tappe, 1863-1918.

Il punto decisivo, per noi, è duplice. Primo: la nazione francese, che oggi appare un dato naturale, è in larga parte una costruzione recente e deliberata. Secondo: non fu opera di un semplice decreto, ma della combinazione tra integrazione materiale (strade, mercati) e integrazione culturale (scuola, lingua, riti). Chi dice «un popolo non si può creare per legge» ha ragione e torto insieme: non basta la legge, ma la legge — accompagnata da infrastrutture, mobilità e istruzione — funziona eccome.

3. La cassetta degli attrezzi del nation-building

Dal caso francese, e da quelli paralleli italiano e tedesco, si ricava un vero e proprio catalogo degli strumenti con cui si fabbrica un popolo. Vale la pena elencarli, perché è su questo elenco che poi misureremo l'Europa.

Una lingua veicolare comune, che non cancella necessariamente le altre ma permette a tutti di comunicare e di riconoscersi in uno spazio pubblico unico. Una scuola con un curricolo condiviso, che trasmette una storia e una memoria comuni. Un'esperienza di mescolanza dei giovani di ogni provenienza — un tempo la coscrizione, oggi possibilmente la mobilità. Le infrastrutture e un mercato integrato, che rendono l'interdipendenza un fatto quotidiano. Una moneta comune, potente simbolo oltre che strumento. Uno spazio pubblico e mediatico condiviso, in cui si discutono le stesse notizie. Una cittadinanza con diritti uguali, che rende l'appartenenza concreta. Simboli e i riti — bandiera, inno, feste — che ancorano l'identità all'emozione e alla ripetizione quotidiana: ciò che il sociologo Michael Billig ha chiamato «nazionalismo banale», la bandiera che sventola inosservata sull'edificio pubblico e che, proprio per questo, plasma l'appartenenza.7

Tenendo davanti agli occhi questa lista, poniamo la domanda che conta: quanti di questi strumenti sono, oggi, alla portata dell'Europa?

4. L'Europa può farlo — e in parte lo sta già facendo

La risposta sorprende, perché la maggior parte di quegli strumenti l'Unione li possiede già, o li sta silenziosamente attivando. Basta rileggere la stessa lista con occhi europei.

La moneta: l'euro è nelle tasche di oltre 340 milioni di persone, uno dei più potenti fattori di identità condivisa mai creati per via istituzionale — si pensi a quanto la lira o il marco fossero parte dell'identità nazionale, e a quanto banconote comuni, prive di ritratti di re e condottieri e ornate da ponti e finestre che uniscono, siano un manifesto identitario più che un semplice mezzo di pagamento. Proprio in queste settimane il popolo europeo tutto è chiamato a scegliere il design delle prossime banconote. Il mercato: il mercato unico ha reso l'interdipendenza economica un fatto quotidiano da Lisbona a Tallinn, tessendo tra gli europei quella rete fitta di scambi che Deutsch indicava come il vero telaio delle nazioni. La cittadinanza: la cittadinanza dell'Unione, con la libertà di circolare, risiedere e lavorare ovunque, ha reso l'appartenenza europea un diritto concreto e non un'astrazione — decine di milioni di europei vivono, amano e lavorano oggi in un Paese dell'Unione diverso da quello di nascita. La lingua veicolare: come ho mostrato nella Parte I, l'inglese svolge ormai, di fatto, la funzione che il francese standard svolse per la Francia — con la differenza, non da poco, che nessuno lo impone. La mescolanza dei giovani: l'Erasmus è la nostra coscrizione gentile, quindici milioni di europei mescolati attraverso i confini dal 1987, e in crescita.8 I simboli: la bandiera a dodici stelle, l'inno (l'Inno alla gioia), la Festa dell'Europa del 9 maggio esistono già; e un «europeismo banale» à la Billig si respira nell'Eurovision, negli Europei di calcio, nei cartelli che segnalano un'opera finanziata dall'UE.

Che cosa manca, allora? Mancano soprattutto gli strumenti propriamente politici della costruzione di un popolo, quelli che trasformano un'appartenenza vissuta in una comunità che decide. Ma attenzione: persino qui non partiamo da zero, perché di ciascuno dei pezzi mancanti esiste già almeno un prototipo.

Manca una scuola con un nucleo comune di storia europea — e tuttavia il precedente esiste: nel 2006 Francia e Germania hanno pubblicato Histoire/Geschichte, il primo manuale di storia per le superiori scritto congiuntamente da due Paesi, con una lettura condivisa del passato europeo.9 Se due nazioni che si erano combattute per un secolo hanno saputo scrivere insieme la propria storia, un nucleo curricolare europeo non è un'utopia: è un progetto già collaudato, da estendere. Manca una vera mescolanza civica oltre gli studenti universitari — e tuttavia il Corpo europeo di solidarietà offre già, dal 2017, a migliaia di giovani un'esperienza di volontariato e servizio in un altro Paese dell'Unione: l'embrione di quel servizio civile europeo che potrebbe fare, per questa generazione, ciò che la leva fece per i francesi.10 Manca uno spazio pubblico compiuto — e tuttavia esistono semi come Arte o Euronews, media a vocazione paneuropea, ancora lontani da una vera sfera pubblica continentale ma non inesistenti.

Manca, infine e soprattutto, una rappresentanza che europeizzi la politica: le liste transnazionali, cioè un collegio elettorale paneuropeo in cui i cittadini votino candidati di tutto il continente. Il Parlamento europeo le ha ripetutamente proposte — riservando addirittura una quota di seggi a un collegio unico dell'Unione — ma la riforma resta ferma in Consiglio e non è stata adottata per le elezioni del 2024.11 Eppure la logica di quella proposta è precisamente la nostra: creare un collegio comune «per favorire una campagna paneuropea e contribuire alla costruzione di uno spazio europeo di dibattito».11

Tra i pezzi mancanti, i due propriamente politici — lo spazio pubblico e la rappresentanza transnazionale — sono la chiave di volta. Senza di essi l'Europa resta ciò che è oggi: un popolo che vive già insieme — viaggia, commercia, studia, usa la stessa moneta — ma che non delibera insieme, che non possiede un luogo comune in cui litigare democraticamente sulle proprie scelte. È come una Francia dotata di ferrovie e mercato ma priva del suffragio: un corpo senza la sua voce politica. Dare voce a quel corpo — questo, più di ogni altra cosa, è il compito della nostra generazione.

La conclusione operativa è netta: costruire il popolo europeo non richiede di inventare strumenti nuovi e ignoti, ma di completare e rendere politici quelli che già abbiamo. Un curricolo comune di storia sul modello di Histoire/Geschichte, media paneuropei, un servizio civile europeo che estenda il Corpo di solidarietà, liste transnazionali che europeizzino il voto. Non è utopia: è nation-building ordinario, applicato con un secolo e mezzo di ritardo a una scala più grande.

Figura 3 — La cassetta degli attrezzi: strumento nazionale ottocentesco → equivalente europeo.
Figura 3 — La cassetta degli attrezzi: strumento nazionale ottocentesco → equivalente europeo.

In pratica: cinque mosse

Se il popolo europeo si può costruire, vale la pena dire con quali mosse concrete. Ne propongo cinque, tutte a portata di decisione politica e prive di qualsiasi coercizione:

  1. Un nucleo comune di storia europea nelle scuole del continente, sul modello di Histoire/Geschichte, per dare alle nuove generazioni un racconto condiviso accanto — non al posto — di quello nazionale.
  2. Un Erasmus universale e un servizio civile europeo, estensione del Corpo di solidarietà, così che la mobilità cessi di essere un privilegio degli universitari e diventi esperienza di massa: la «leva gentile» che mescola i ventenni come un tempo faceva la coscrizione.
  3. Uno spazio pubblico europeo, sostenendo media realmente paneuropei e infrastrutture digitali comuni, perché gli europei discutano gli stessi temi nello stesso momento e nella stessa lingua veicolare.
  4. Liste transnazionali per le elezioni europee, così che una quota di deputati risponda a un elettorato continentale e la politica smetta di essere la mera somma di ventisette campagne nazionali.
  5. Una cittadinanza europea più densa, con diritti politici e sociali realmente esigibili ovunque, perché l'appartenenza si misuri in prerogative concrete e non soltanto in simboli.

Nessuna di queste mosse chiede di violentare le identità nazionali; ciascuna aggiunge un piano europeo a ciò che già esiste. Sono, per riprendere l'immagine, altrettanti tratti di ferrovia e altrettante aule scolastiche del nostro Ottocento in ritardo.

5. Obiezioni e confutazioni

Prima obiezione: «Il nation-building ottocentesco fu coercitivo e persino violento: la scuola francese umiliava i patois, reprimeva le lingue regionali. Volete forse cancellare le culture nazionali europee?» No, ed è la differenza decisiva. Il modello che ho descritto contiene un errore storico che non dobbiamo ripetere: l'assimilazione forzata, la lingua unica imposta a scapito delle altre. Ma quell'errore non è essenziale al nation-building; ne è un difetto d'epoca. La costruzione del popolo europeo poggia su un principio opposto, «unità nella diversità»: una lingua veicolare che si aggiunge alle lingue nazionali senza sostituirle, un'identità continentale che si somma a quelle locali come un cerchio più largo — esattamente la stratificazione, non la sostituzione, che ho documentato nella Parte I. Fare gli europei non significa disfare i francesi o gli italiani. Significa aggiungere un piano, non demolirne uno.

Seconda obiezione: «Ma allora è tutto artificiale, costruito a tavolino: un'identità ingegnerizzata non è autentica». Questa obiezione, se presa sul serio, prova troppo: perché tutte le identità nazionali sono costruite, «inventate» nel senso di Hobsbawm — dal 14 luglio ai manuali di storia. Se l'artificialità squalificasse un popolo, allora non esisterebbero popoli legittimi, e il francese o l'italiano di oggi sarebbero fantasmi. L'autenticità di un'identità non dipende dalla sua origine spontanea — nessuna lo è — ma dal fatto che le persone la vivano come propria e la scelgano. Ciò che rende legittima la costruzione non è la sua «naturalezza», che non esiste, ma il consenso democratico di chi vi partecipa.

Terza obiezione: «L'identità non si decreta dall'alto; questi progetti calati dai vertici falliscono». È un'obiezione seria, e Weber stesso è la sua migliore risposta: la Francia non «decretò» i francesi con una firma, li costruì in decenni combinando istituzioni e integrazione materiale, scuola e ferrovie, legge e vita quotidiana. Il nation-building puramente dall'alto, senza radicamento nel vissuto, effettivamente fallisce. Ma è proprio qui la forza della posizione europea: l'integrazione dal basso è già avvenuta — l'Erasmus, l'euro, la mobilità, la cultura giovanile comune della Parte I — e attende solo di essere completata dall'alto con gli strumenti politici mancanti. Non partiamo da zero; partiamo da un popolo a metà.

Quarta obiezione: «Alla Francia servì un secolo e uno Stato forte e coercitivo. L'Unione non ha né l'uno né l'altro». Vero che l'Unione non ha lo Stato accentratore ottocentesco; ma dispone di strumenti che a quello Stato erano ignoti e che agiscono più in fretta: la mobilità di massa, i media digitali, una lingua franca che si diffonde da sé, un mercato e una moneta continentali. La Francia impiegò cinquant'anni per portare il francese in ogni valle a piedi e in treno; l'inglese e le piattaforme digitali attraversano l'Europa in tempo reale. Il paradosso è che l'Europa può costruire il proprio popolo senza la coercizione che il caso francese richiese — per consenso e non per imposizione. È un nation-building più lento nella politica, ma più veloce e più gentile nella società.

Quinta obiezione: «Ma la diversità linguistica europea è incomparabilmente maggiore di quella delle regioni francesi: ventiquattro lingue ufficiali non sono i patois di Bretagna». L'obiezione coglie una differenza reale, ma non un ostacolo insormontabile. Esistono federazioni multilingui perfettamente funzionanti: la Svizzera con quattro lingue ufficiali, il Canada, l'India con decine di idiomi. In esse l'unità politica non ha richiesto l'unità linguistica, ma una lingua di comunicazione condivisa affiancata al plurilinguismo — esattamente il ruolo che l'inglese svolge oggi in Europa, potenziato per giunta da tecnologie di traduzione automatica che nessuno Stato dell'Ottocento poteva sognare. La diversità linguistica europea non va abolita — sarebbe un tradimento del principio «unità nella diversità» —: va resa navigabile. È un problema di ponti, non di demolizioni.

6. Conclusione della Parte II

Torno alla domanda di apertura. Anche ammesso — per pura ipotesi — che un popolo europeo oggi non esista, lo si potrebbe costruire? La risposta è sì, e senza nulla di misterioso: con gli stessi strumenti con cui furono costruiti tutti i popoli che oggi consideriamo ovvi. La Francia lo dimostra: un arcipelago di lingue e culture divenne una nazione in due generazioni, grazie a scuola, lingua, mobilità, mercato, simboli. L'Europa possiede già gran parte di quella cassetta degli attrezzi — moneta, mercato, cittadinanza, mobilità, lingua franca, simboli — e le mancano soprattutto i pezzi politici: un racconto storico comune, uno spazio pubblico compiuto, una rappresentanza transnazionale. Sono lacune colmabili con scelte deliberate, e per giunta senza la brutalità che segnò l'Ottocento. In fondo la posta non è tecnica ma di volontà: gli strumenti ci sono, manca la decisione di usarli per ciò che davvero sono — mattoni di un popolo.

Resta un'ultima, decisiva questione. Finora ho parlato di costruzione volontaria, di politiche mirate. Ma la storia insegna che i popoli si saldano anche in un altro modo, più antico e più potente di qualsiasi legge scolastica: stringendosi di fronte a una minaccia comune. È possibile che il popolo europeo, più che essere costruito a tavolino, si stia già formando da sé sotto la pressione delle grandi potenze? A questo — al nemico esterno come fabbro involontario dell'unità — è dedicata la Parte III.

Alla prossima, e grazie di essere arrivato fin qui.

Tyler.

Note

  1. La formula popolare «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani» è tradizionalmente attribuita a Massimo d'Azeglio; le sue parole documentate furono in realtà più pessimistiche: «Pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gli Italiani» (I miei ricordi). Cfr. S. Patriarca, «On the Origins of "Making Italy": Massimo d'Azeglio and "Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani"», 2010. ↩
  2. K. W. Deutsch, Nationalism and Social Communication: An Inquiry into the Foundations of Nationality, MIT Press, 1953. Le nazioni si formano con l'aumento della densità di comunicazione e scambio tra le popolazioni. ↩
  3. E. Gellner, Nazioni e nazionalismo (1983); B. Anderson, Comunità immaginate (1983). La scuola di massa e il capitalismo di stampa come fabbriche, rispettivamente, dell'«alta cultura» nazionale e della «comunità immaginata». (Cfr. Parte I.) ↩
  4. E. J. Hobsbawm, T. Ranger (a cura di), L'invenzione della tradizione (1983). Molti riti e simboli «nazionali» percepiti come antichi (feste, inni, cerimonie) furono costruiti nel tardo Ottocento. ↩
  5. E. Weber, Peasants into Frenchmen: The Modernization of Rural France, 1870-1914, Stanford University Press, 1976. Nel 1863 quasi un quarto della popolazione francese non parlava francese; la cultura nazionale sostituì quella locale nei due decenni attorno al 1900, grazie a strade e ferrovie, scuola e servizio militare. https://archive.org/details/peasantsintofren0000webe ↩
  6. Leggi Ferry: la legge del 16 giugno 1881 rese gratuita l'istruzione primaria; quella del 28 marzo 1882 la rese obbligatoria (6-13 anni) e laica, fondando la scuola repubblicana. https://en.wikipedia.org/wiki/Jules_Ferry_laws ↩
  7. M. Billig, Banal Nationalism, Sage, 1995. L'identità nazionale è riprodotta quotidianamente da simboli «inosservati» (la bandiera sull'edificio pubblico, i riti ricorrenti). ↩
  8. Commissione europea, Erasmus+ — History, funding and future: oltre 15 milioni di partecipanti dal 1987. https://erasmus-plus.ec.europa.eu/about-erasmus/history-funding-and-future ↩
  9. Histoire/Geschichte (2006): primo manuale di storia per le scuole superiori scritto congiuntamente da due Paesi (Francia e Germania), con una lettura condivisa della storia europea. https://en.wikipedia.org/wiki/Histoire/Geschichte ↩
  10. Commissione europea, Corpo europeo di solidarietà (European Solidarity Corps), programma UE attivo dal 2017 per il volontariato e il servizio dei giovani in un altro Paese dell'Unione. https://commission.europa.eu/funding-and-tenders/find-funding/eu-funding-programmes/european-solidarity-corps_en ↩
  11. Parlamento europeo, proposta di riforma della legge elettorale UE (2022) con un collegio elettorale paneuropeo e una riserva di 28 seggi per liste transnazionali; la riforma è rimasta ferma in Consiglio e non è stata adottata per le elezioni del 2024. Obiettivo dichiarato: «favorire una campagna paneuropea e contribuire alla costruzione di uno spazio europeo di dibattito». https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20220429IPR28242/meps-begin-revising-rules-on-eu-elections-calling-for-pan-european-constituency ↩

Bibliografia essenziale